La sindrome dell’intestino irritabile IBS è un disturbo cronico comune caratterizzato da dolore addominale ricorrente e alterazioni delle abitudini intestinali come stitichezza, diarrea o entrambe. È definito un disturbo “funzionale” perché non si riscontrano cause organiche ovvero lesioni e/o alterazioni strutturali evidenti agli esami diagnostici che spieghino i sintomi.
È una malattia psicosomatica? No!
È importante dire che il termine funzionale NON significa “immaginario” o psicosomatico, anche se può esserci una componente emotiva importante.

Come si fa diagnosi della sindrome Intestino irritabile IBS?

Il medico, normalmente il gastroenterologo, deve fare una diagnosi differenziale che consenta di distinguere la sindrome dell’intestino irritabile da altre condizioni gastrointestinali che ne imitano i sintomi come ad esempio malattie infiammatorie intestinali e celiachia.
Quindi è una diagnosi di esclusione? Esatto!
L’IBS viene diagnosticato per esclusione dopo aver escluso cause organiche, secondo criteri clinici specifici (criteri di Roma).
In base ai Criteri di Roma IV una diagnosi di IBS richiede un dolore addominale ricorrente che si verifichi in media almeno un giorno alla settimana negli ultimi tre mesi.
Ovviamente non parliamo di IBS se il paziente è infiammato dall’altro ieri perché ha mangiato qualcosa che gli ha fatto male, ma se i sintomi durano da almeno 3-6 mesi.
Questo dolore deve essere associato ad almeno 2 dei seguenti sintomi:

  1. Correlazione con la defecazione: il dolore migliora o peggiora con l’evacuazione.
  2. Un cambiamento nella frequenza delle feci  (diarrea o stipsi).
  3. Un cambiamento della forma/aspetto: consistenza delle feci (dure/grumose o molli/acquose). L’IBS viene classificato in sottotipi in base alle abitudini intestinali predominanti e alla forma delle feci: IBS-C con stitichezza predominante,  IBS-D con diarrea predominante, IBS-M misto, IBS-U non classificata.

Nei pazienti con IBS-C c’è una storia di sforzi durante l’evacuazione e la necessità di manovre manuali per defecare che potrebbero suggerire un disturbo dell’evacuazione rettale o del pavimento pelvico.

Quali sono i sintomi principali dell’IBS?

Come accennato prima i sintomi intestinali principali sono:

  • Dolore/crampi addominali con localizzazione variabile (frequente il quadrante inferiore sinistro).
  • Dolore spesso alleviato o modificato dalla defecazione.
  • Alterazioni dell’alvo in senso diarroico, stitico o alterno.
  • Gonfiore e distensione addominale (tra i sintomi più invalidanti riferiti).

Ci possono però esser dei sintomi associati:  muco nelle feci, dispepsia funzionale, difficoltà digestive a carico dell’alta via gastrointestinale come pirosi e nausea.
Infine ci possono anche essere dei sintomi extra intestinali come cefalea, fibromialgia, vescica neurogena, disturbi del pavimento pelvico, dolore pelvico cronico, disturbi del sonno, ansia e depressione.
L’intestino, come lo stomaco, è un organo correlato in maniera atavica ai nostri sentimenti, ai nostri pensieri, ricordate le farfalle nello stomaco, un peso sullo stomaco, prendere una decisione di pancia, una sensazione di pancia, ecc.
I dati del 2024/25 confermano che la Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS) è molto comune in Italia con una prevalenza stimata intorno al 10-15% della popolazione; significa che ad oggi circa 1 italiano su 10 soffre di IBS.
L’esordio è tipico in giovane età adulta, più frequente nelle persone sotto i 50 anni, ma può persistere anche in età avanzata.
Donne e uomini ne soffrono allo stesso modo? No!
Ne soffrono più le donne che gli uomini, il rapporto è spesso di 2:1 a (s)favore delle donne.
Com’è l’impatto sulla vita? Pessimo!
L’IBS  può influire significativamente sulla qualità di vita di chi ne soffre che viene percepita come limitata in modo paragonabile a malattie organiche (IBS D lieve-moderata, IBS M), con elevato consumo di risorse sanitarie e assenze lavorative.

Ma allora quali sono le cause della sindrome intestino irritabile IBS?

La causa esatta della sindrome dell’intestino irritabile rimane sconosciuta; viene attualmente considerato un disturbo  multifattoriale con vari fattori che contribuiscono alla sua fisiopatologia:

  1. Asse intestino-cervello dis-regolato, motivo per cui questo disturbo rientra nei disordini funzionali ora ridefiniti come disturbi dell’asse intestino-cervello (DGBI, disorders of gutbrain interaction). Questa definizione non significa psicologico, legato all’ansia (per quanto ci può essere una componente emotiva). La differenza è che non stiamo parlando di patologie del cervello o dell’umore, ma dell’interazione tra cervello e intestino. I disturbi dell’asse GUT-BRAIN comportano principalmente l’interruzione della corretta comunicazione fra il sistema nervoso centrale (SNC) e quello enterico (ENS) attraverso l’alterazione dei percorsi neuronali, endocrini, immunitari e metabolici. Ad esempio c’è una forte relazione soprattutto con la serotonina, che è un neuro trasmettitore presente soprattutto nell’intestino (10 volte più che nel cervello) che nell’intestino regola soprattutto la motilità, la secrezione e la peristalsi. Disfunzioni nei recettori della serotonina e dell’acetilcolina possono contribuire a sintomi di ipomotilità o ipersensibilità.
  2. Disturbi della motilità gastrointestinale: i pazienti affetti da sindrome dell’intestino irritabile possono presentare contrazioni irregolari o ritardi nel transito, nell’IBS-C, oppure una motilità esagerata ed un iper peristaltismo nell’IBS-D.
  3. Ipersensibilità viscerale: i pazienti con IBS mostrano una maggiore sensibilità viscerale a causa dell’aumento della segnalazione da parte dei recettori intestinali al sistema nervoso centrale in risposta a stimoli vari fra cui l’istamina e la distensione delle pareti da parte dei gas.
  4. Fattori genetici: esiste una certa familiarità per i sintomi funzionali, suggerendo una predisposizione individuale, spesso infatti i pazienti stessi riferiscono altri famigliari con le stesse loro problematiche.
  5. Disbiosi intestinale con alterazioni distinte del microbiota sono state collegate ai sottotipi di IBS; ridotta diversità microbica, cambiamenti nella proporzione tra Firmicutes e Bacteroidetes, variazioni nella comunità fungina. Ci sono infatti  correlazioni tra la composizione microbica e la severità clinica, l’IBS post-infettiva è un modello evidente di tale correlazione perché il rischio di sviluppare IBS aumenta notevolmente dopo una gastroenterite acuta.
  6. Intolleranze alimentari: tra il 20-65% dei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile riferiscono presenza di intolleranze alimentari tuttavia spesso mancano prove oggettive che suggeriscano una causalità.
  7. Infezioni gastrointestinali e infiammazione mucosale di basso grado: una storia pregressa di gastroenterite acuta è riconosciuta come fattore di rischio per lo sviluppo successivo di IBS, in particolare nei casi con predominanza di diarrea.
  8. Permeabilità intestinale alterata: l’aumento della permeabilità è stata collegato alla dieta, ai cambiamenti del microbioma, al rilascio di mediatori come l’istamina, la serotonina e le proteasi oltre che all’eccessiva presenza di LPS batterico.
  9. Fattori psicosociali: nei disturbi funzionali è spesso presente una iper-reattività dell’asse dello stress. Noi abbiamo un sistema nervoso autonomo che è composto da due vie: il sistema parasimpatico, composto essenzialmente dal nervo vago che serve a digerire e a riposare -rest and digest- e il sistema simpatico, fondamentale nella vita e che serve  a gestire l’energia. Il problema è quando c’è un eccessiva attivazione del sistema simpatico; se c’è stress il bilancio autonomico si sposta verso una iper-attivazione simpatica e una ridotta attività vagale, con effetti quali rallentamento dello svuotamento gastrico, aumento della sensibilità viscerale e modifiche nella secrezione acida e nei movimenti gastrointestinali.  Nel lungo termine lo stress può anche favorire uno stato pro-infiammatorio e alterare la barriera mucosale, non a caso condizioni come la “gastrite nervosa” o il colon irritabile tendono a peggiorare in periodi di forte tensione emotiva. Allo stesso tempo, la dispepsia cronica può indurre a sua volta ansia e preoccupazione nel paziente per la paura di mangiare o a causa della presenza costante di dolore, instaurando un circolo vizioso. Questo loop cervello-intestino spiega perché un approccio terapeutico efficace debba occuparsi anche della sfera psicologica oltre che di quella organica.

Quali sono le cure per l’IBS?

Il trattamento dell’IBS è molto complesso e richiede un approccio multidisciplinare, che combini misure di stile di vita, terapie farmacologiche e, quando opportuno, supporto psicologico. Poiché spesso non c’è una causa unica da “rimuovere”, l’obiettivo è alleviare i sintomi e migliorare la qualità di vita agendo sui vari fattori aggravanti. Tutto questo potrebbe non essere gestito da un unico professionista, è pertanto importante creare una rete di collaborazione tra gastroenterologo, psicologo, nutrizionista ed esperto di fitoterapia.
Il trattamento prevede un approccio multifattoriale che integra cambiamenti nella dieta, modifiche dello stile di vita; molti pazienti riportano beneficio praticando un moderato esercizio fisico in modo regolare e migliorando l’igiene del sonno. Tecniche di rilassamento come lo yoga e il Tai Chi, la psicoterapia (ad es. terapia cognitivo-comportamentale), la mindfulness possono contribuire ad alleviare i sintomi, riducendo lo stress e modulando positivamente l’asse cervello-intestino.

Qual è il ruolo dell’alimentazione?

Purtroppo non c’è una causa unica anche se il paziente viene dal nutrizionista perché vuole capire qual è il cibo che gli dà problemi. E’ vero che ci sono alcuni alimenti che sono peggiori di altri, ma bisogna spiegare, come ci siamo detti finora, che il problema non è di un alimento, di un intolleranza, ma di una disfunzione che va comunque sostenuta con la dieta e  con l’integrazione.
Se le modifiche dietetiche e dello stile di vita non riescono a controllare adeguatamente i sintomi è necessario iniziare una terapia farmacologica in base al sottotipo di sindrome dell’intestino irritabile e alla gravità dei sintomi, soprattutto in acuto.
Per quanto riguarda l’aspetto dietetico, l’American Gastroenterological Association (AGA) identifica la dieta a basso contenuto di FODMAP come l’intervento dietetico più efficace basato sull’evidenza per la sindrome dell’intestino irritabile.

In cosa consiste la dieta a basso contenuto di FODMAP?

Questo approccio si compone di tre fasi:

  1. Un periodo di restrizione sistematico di 4-6 settimane.
  2. Reintroduzione graduale degli alimenti FODMAP.
  3. Personalizzazione individualizzata basata sulla risposta ai sintomi.

I benefici associati sono:
Riduzione dei sintomi nel 50% dei pazienti, molti di più se si abbina la giusta integrazione.
Le diete restrittive a lungo termine che non apportano benefici clinici e sono a rischio di carenze nutrizionali. È importante personalizzare il trattamento sulle caratteristiche del paziente valutando il sintomo predominante, il sottotipo IBS, la presenza di ansia, preferenze individuali, ecc., questo è fondamentale per il successo.
La fitoterapia offre numerose opzioni per sostenere la funzione digestiva e alleviare i sintomi; molte piante medicinali vantano proprietà eupeptiche utili per sostenere la digestione, carminative per la riduzione dei gas intestinali, anti-infiammatorie e persino ansiolitiche o antispastiche, che ben si adattano a contrastare i diversi aspetti fisiopatologici della dispepsia funzionale.
Una buona combinazione di dieta personalizzate e integrazione aumenta molto le possibilità di arrivare all’obiettivo, che è alleviare i sintomi e migliorare la qualità di vita!
Vi invito ad ascoltare il podcast dove con la dott.ssa Franca affronto proprio questo argomento e vi aspetto per una consulenza personalizzata.

Dott.ssa Marta Romanelli
Biologa Nutrizionista